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Cannabis Light, analisi e conseguenze della decisione della Cassazione. Tutto chiarito? Neanche per sogno.

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La sentenza dice che è vietata la vendita di oli, resina, inflorescenze e foglie di marijuana sativa perché la norma sulla coltivazione non li prevede tra i derivati commercializzabili, a meno che questi prodotti siano in concreto “privi di efficacia drogante”. È questo il passaggio che, in attesa delle motivazioni, lascia l’ennesimo punto interrogativo sul futuro

Vendere i derivati della cannabis con “effetto drogante” sarebbe reato. A dirlo è la sentenza emessa giovedì dalle sezioni unite penale della Cassazione. Tutto chiarito finalmente? Neanche per sogno!

Una decisione ricaduta nel perimetro della legge 242 del 2016, quella cioè inerente alla “promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa”, ma che ha lasciato ancora molti (forse tutti) con diversi punti interrogativi.

Il fatto che la Cassazione si pronunci a sezioni unite è indice di volontà di dirimere un indirizzo giurisprudenziale in precedenza controverso. Che, per quanto noto al momento – ed in attesa delle necessarie motivazioni per completare la valutazione – non fa altro che confermare un concetto mai stato di fatto in discussione: è vietata la produzione e la vendita di Cannabis “a meno che tali prodotti siano privi di efficacia drogante.

Il dispositivo della sentenza non specifica cosa debba intendersi per “efficacia drogante”, lo capiremo, speriamo, nella parte di merito della sentenza, che potremo leggere tra 90 giorni. È ragionevole, tuttavia, ritenere che per “efficacia drogante” i supremi Giudici abbiano inteso riferirsi ai prodotti cannabinoidi con principio attivo THC superiore allo 0,6%.

Cioè, come è sempre stato!!! La cannabis light è sempre stata al di sotto dei limiti “droganti” stabiliti per legge. Sin dal principio.

Secondo il provvedimento del 2016, sono consentite la produzione e la commercializzazione della “cannabis light”, ma solo per determinati scopi. Una norma che ha delle lacune, che non tocca tutte le casistiche, che non le elenca tassativamente. E che negli ultimi due anni e mezzo ha fatto sì che si proliferassero i cannabis shop. Che si creasse una vera e propria micro-economia.

Molti esercizi, già dal primo giorno dopo la sentenza, nella più totale confusione e senza aspettare le motivazioni della Cassazione che specificheranno cosa è lecito e cosa no, hanno deciso di chiudere i battenti o di cessare la vendita della cannabis light. Il giro d’affari è di 150 milioni di euro solo nel 2018, secondo Coldiretti.

Regolati anche gli usi. In particolare è consentito il consumo in ambito alimentarecosmeticotessile e nel settore della bioedilizia. Sembrerebbero vietati, ma solo per esclusione, quindi, gli scopi ricreativi, quelli cioè che la sentenza della Suprema Corte va a toccare. Secondo la normativa del 2016, inoltre, la vendita è libera – da qui la nascita di diversi cannabis shop e rivenditori autorizzati – e soggetta solo alle limitazioni relative al consumo e alle tipologie coltivabili.

Il punto più controverso: l'”efficacia drogante”

Analizzati i prodotti consentiti dalla legge del 2016, la sentenza della Cassazione tenta di trovare un punto d’incontro tra due diverse sentenze. Una emessa dalla Quarta sezione penale. Una dalla Sesta, le quali davano pareri essenzialmente opposti sul commercio della cannabis. In sostanza, già da oggi, è vietata la vendita di oliresinainflorescenze e foglie di marijuana sativa, perché la norma sulla coltivazione non li prevede tra i derivati commercializzabili. Chi li vende quindi lo fa illegalmente, a meno che questi prodotti siano in concreto “privi di efficacia drogante”.

È proprio questo il punto più controverso della decisione e quello al quale si potranno appellare i negozi per evitare la chiusura, visto che le sostanze in commercio sono – già – prive di effetto stupefacente, proprio perché a bassissimo contenuto di Thc, come previsto dalla legge.

Dopo la sentenza del 30 maggio, tabaccherie e moltissimi negozi sono già corsi ai ripari. Anche i siti internet che smerciavano prodotti derivanti dalla canapa risultano oggi momentaneamente non raggiungibili.

Eppure per capire definitivamente quali prodotti sono a rischio e quali no, bisognerà attendere le motivazioni che hanno portato la Cassazione a pronunciare la sentenza. Solo con tutte le carte in mano sarà possibile valutare più precisamente quali siano i prodotti leciti e quali no.

Ancora sicuramente lecita, invece, la vendita di altri derivati come biscotticrackercremesaponi e shampoo, normalmente commercializzati in tutti i cannabis shop. Il vero rischio è quello legato alla vendita di infiorescenze che, se considerate con “effetto drogante”, diventerebbero subito illegali. Così, tutti i negozi sarebbero destinati però a chiudere, perché alimenti e cosmetici non sarebbero sufficienti a sostenere il business e le spese.

Nella Cannabis Light è praticamente azzerato il principio psicotropo, restando invece uno degli altri elementi principali della marijuana. Il Cbd (cannabidiolo) non ha effetti stupefacenti, ma serve ad evitare gli effetti collaterali. Le percentuali di Cbd contenute nella cannabis light possono variare. Gli effetti si discostano molto da quelli del classico spinello, e più che altro sono benefici per l’organismo. Secondo gli esperti, infatti, la cannabis light ha effetti miorilassantiantiepiletticiantinfiammatoriantiossidanti

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